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Fratelli minchioni. De Paoli e il gemello che non conosceva

Raga, che folgorazione. Perdonate anche il mio incipit crozziano ma è venerdì sera l’ora in cui solitamente Maurizio spezza il pane esibendosi, tra tragedia e satira, su La7. Lui è fatto così. Inchioda i telespettatori chiedendo la loro attenzione. Al martedì interloquisce con il Floris che è in tutti noi apostrofandolo-apostrofandoci con il Giova’, che poi sta per Giovanni. Nome di battesimo, appunto, del suddetto Floris.  Di venerdì non ci sono intermediazioni e si rivolge direttamente a tutti noi che siamo a casa, elevandosi al ruolo di bravo presentatore, che nulla, per carità, ha a che vedere con l’antesignano lanciato da Nino Frassica. Così, familiarmente, diventiamo tutti “raga”. Linguaggio un po’ da bar, che ci riporta, senza alcuna esclusione, indietro nel tempo. Nonni, nonne. Quelli già nell’alba degli anta e quelli al loro capolino. Bamboccioni ancora fra le quattro mura domestiche e papà e mamme costretti sorbirseli in attesa che la crisi passi e trovino lavoro. Per quel genio di Maurizio Crozza “raga” e’ un termine generalista come la TV in cui sciorina la sua satira acida e accidiosa sulle malefatte degli italiani. Politici come Razzi o Renzi o comuni mortali alle prese con le questioni di principio applicate alla miseria dell’incubo da terza settimana.
Dunque: raga ho avuto una folgorazione. Stavo sdraiato in posa bradipesca sul divano di casa zappingando e lavorando di pollice sull’ipad con quell’istinto voyeuristico che mi consente quotidianamente di dare un senso qualunque e quotidiano alla mia rubrica. Veramente ero intento a sbuffare per la pochezza dei miei soliti protagonisti quando sono incappato sulla pagina twitter di Alberto Villa, indimenticato portavoce di Marta Vincenzi, allora sindaco. Alberto Villa da buon comunicatore, del resto si descrive così “Cultore delle pubbliche relazioni, community organizer Pd Genova, progressista, gay militante, genoano. Continuo ad immaginare una Liguria diversa”. Lui e’ solitamente molto attento alle notizie della rete. Qualche giorno fa, a dire il vero, mi aveva un po’ solleticato con la pubblicazione di uno studio statistico sulla lunghezza media del pene nei vari paesi della terra (tranquilli, noi italiani non siamo primi nemmeno in Europa, ma neppure siamo gli ultimi. Aurea mediocritas, insomma), ma si era nell’imminenza del primo d’aprile e avevo preferito lasciar perdere.
Stavolta però la notizia aveva tutti i crismi della realtà. Ho controllato, era comparsa persino sul Secolo XIX. Pagina 24, articolo in testa di pagina. Titolo a 5 colonne. Testo a firma di Tommaso Fregatti. Lite in famiglia a Sampierdarena, il giovane ha chiesto aiuto ai carabinieri. “Sono gay” Preso a botte dal padre. Violenta reazione dopo la confessione.  L’uomo ricoverato per un malore.

 La storia, in soldoni,  e’ un classico. Un ventenne gay, orfano di madre da qualche anno, che torna a casa dopo una serata trascorsa con amici. Vede il padre sul divano, pensa sia arrivato il momento di mettere a parte della sua omosessualità il genitore e cerca di confidarsi con lui. Il padre, un artigiano cinquantenne, non accetta la realtà e lo aggredisce. Il ragazzo chiama i Carabinieri che irrompono in casa. L’uomo si sente male. Tanto che viene ricoverato all’ospedale. Ma prima si giustifica con i militari “Per mantenere mio figlio ho fatto sacrifici immensi. Non posso accettare una cosa del genere”. Poi rincara la dose, dopo aver tentato di aggredire nuovamente il figlio: “Non lavora, non fa niente tutto il giorno. E ora mi viene a dire che è gay”. Il figlio andandosene di casa lo minaccia “Per quello che hai fatto finirai nei guai”. Poi si sfoga “Non trovo un’occupazione e non ne posso più di essere costretto a vivere con una persona che non rispetta la mia sessualità”. Storia di cronaca nera conclusa.
Appena qualche mese fa, probabilmente, l’avrebbero relegata in una breve o al massimo in un articolo a tre colonne a pie’ di pagina. Ma nel frattempo c’è stata tutta la bagarre sulle unioni civili, con tanto di querelle sull’utero in affitto. E la diversità di genere e le storie legate in qualche modo alla discriminazione della sessualità, dalla diatriba fra Bobby-gol Mancini e l’allenatore del Napoli Maurizio Sarri in poi, sono diventate per la stampa, nessuno escluso, argomento da cannibalizzare. Senonche’ a giudicare da questo episodio appare chiaro che sino a che si tratta di enunciazioni generali l’atteggiamento, il più delle volte, è tutt’altra cosa rispetto a quando siamo chiamati, ognuno di noi, direttamente in causa. Ricordo un collega che fino a un certo punto si era dimostrato paladino degli zingari. Sino  a quando ad opera di una gang di rom subì un furto nella sua abitazione. Si diede una calmata.
Eppero’ nemmeno posso trattenermi dal ricordare il consigliere regionale Giovanni De Paoli, ormai per gran parte di voce di popolo il “minchione” dell’assemblea di via Fieschi, messo in croce dai suoi colleghi per la grettezza di una frase, in negativo o in positivo, in cui aveva associato l’ipotesi di un figlio gay alle fiamme di una caldaia o di un forno. Come dire che Sarri avrebbe dovuto rinunciare in un momento di rabbia ad apostrofare il Bobby-gol con un epiteto tipico della tradizione vernacolare toscana. Come dire che De Paoli, con tutta la sua semplicità, che probabilmente non ne fa l’ideale interprete della dialettica sui massimi sistemi che contraddistingue molte sedute dell’aula di via Fieschi, possa aver trovato nell’artigiano di Sampierdarena uno sconosciuto fratello gemello. Anche lui, come il De Paoli, ha bofonchiato qualche giustificazione. Come se il fatto che il figlio fosse indipendente e a soli 20 anni avesse trovato la sua strada lavorativa, mitigasse il problema. Minchione anche lui dunque. Proprio come il Giovanni De Paoli da Varese Ligure. Come probabilmente e irrazionalmente potrebbe capitare a ognuno di noi, quando, al di là delle dichiarazioni di principio venissimo, chiamati a fronteggiare la confessione, forse brutale, di un nostro figliolo. Perché, in ogni caso, per cultura, qualche cosa di minchionesco teniamo celato anche noi. Umanamente e al di là degli slogan. Nel profondo del nostro animo.
Il Max Turbatore

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